Se Makima fosse una figura del mondo reale, sarebbe il tipo di leader che non ha bisogno di alzare la voce per controllare una stanza intera. La sua Unique Selling Proposition è tanto semplice quanto devastante: la promessa di sicurezza e ordine, confezionata in un'immagine calma, rassicurante e apparentemente trasparente, che nasconde un sistema di controllo totale su ogni persona e ogni variabile del suo ambiente.
In un universo narrativo caotico e violento come quello di Chainsaw Man — opera di Tatsuki Fujimoto che ha superato i 26 milioni di copie vendute nel 2023, secondo i dati Shueisha — Makima si posiziona non come la più forte, né come la più visibile, ma come la più strategica. Il suo impatto sul “mercato” in cui opera è paragonabile a quello di un amministratore delegato che riscrive le regole del settore senza che nessun concorrente si renda conto di essere già fuori gioco. Ogni interazione, ogni parola, ogni silenzio è un asset calcolato. E questo la rende, dal punto di vista del branding personale, uno dei personaggi più studiabili degli ultimi anni.

Identità Visiva e Simbolismo — Visual Identity
Color Palette Strategica: Il Potere Silenzioso del Rosso e del Nero
Nel marketing, il colore non è mai una scelta estetica. È una scelta psicologica. Ogni brand che si rispetti seleziona la propria palette cromatica sulla base delle emozioni che vuole evocare nel proprio pubblico, e Makima non fa eccezione.
La sua combinazione cromatica dominante ruota attorno a tre elementi chiave: il rosso rame dei capelli, il nero della divisa istituzionale e il giallo ambrato degli occhi. Questa triade cromatica non è casuale. Il rosso, nella psicologia del colore ampiamente documentata da studi come quelli di Andrew Elliot e Markus Maier pubblicati sul Journal of Experimental Psychology, è associato simultaneamente a passione, pericolo e potere. Non è il rosso squillante di un brand che urla per attirare attenzione, come potrebbe essere quello di Coca-Cola o Netflix. È un rosso attenuato, quasi organico, che comunica una forma di autorità naturale, qualcosa che esiste da prima che tu arrivassi nella stanza e che continuerà ad esistere dopo che ne sarai uscito.
Il nero della sua uniforme formale, poi, è il colore per eccellenza del lusso discreto e dell’autorità istituzionale. Pensate a come brand come Chanel o alla palette austera di consulenti strategici come McKinsey utilizzino il nero per comunicare serietà e competenza senza bisogno di ostentazione. Makima non indossa armature appariscenti né abiti che gridano potere. Indossa un completo da ufficio. E questo è geniale da un punto di vista di branding, perché comunica un messaggio chiarissimo: il potere non ha bisogno di travestirsi da potere. Chi lo possiede davvero non ha bisogno di dimostrarlo con l’apparenza.
Il dettaglio più disturbante e memorabile, tuttavia, risiede negli occhi. Quegli anelli concentrici all’interno delle iridi giallo-ambrate sono un elemento che, a livello di design, viola le aspettative dello spettatore. In un manga dove i personaggi hanno spesso tratti fisici esagerati e immediatamente leggibili, gli occhi di Makima sono sottilmente “sbagliati”, innaturali. Questo genera quello che nel design dell’esperienza utente chiamiamo “uncanny valley cognitiva”: qualcosa che sembra familiare ma che il nostro cervello percepisce come non del tutto sicuro. L’effetto è un senso di attrazione mescolato a disagio, che è esattamente il tipo di risposta emotiva che un brand sofisticato cerca quando vuole essere memorabile senza risultare aggressivo.
Silhouette e Riconoscibilità: Distinguersi in un Mercato Saturo
Uno dei principi fondamentali del branding visivo è la “riconoscibilità a colpo d’occhio”. Nike ha lo Swoosh, Apple ha la mela morsicata, e nel design dei personaggi esiste un test molto noto tra i concept artist chiamato “silhouette test”: se un personaggio è riconoscibile solo dalla sua sagoma nera, allora ha un design efficace.
Makima supera questo test in modo brillante, ma non per le ragioni che potremmo aspettarci. Non ha ali, corna enormi o armature elaborate. La sua silhouette è quella di una donna in completo formale con i capelli raccolti in una treccia lunga. In un universo visivo come quello di Chainsaw Man, dove diavoli mostruosi e ibridi dalle forme grottesche riempiono ogni tavola, questa semplicità è un atto di posizionamento strategico deliberato. È il principio che nel marketing chiamiamo “differenziazione per sottrazione”: mentre tutti i concorrenti aggiungono elementi per distinguersi, il brand più intelligente toglie. Pensate a come Google abbia conquistato il mercato dei motori di ricerca con una homepage praticamente vuota, in un’epoca in cui Yahoo e AOL riempivano ogni pixel di contenuti. Makima applica la stessa logica: la sua normalità apparente è il suo tratto più distintivo in un mondo di mostri.
Questa scelta ha un effetto psicologico potente sia sugli altri personaggi interni alla storia sia sul lettore. La mente umana tende a classificare rapidamente gli stimoli visivi in categorie, e Makima sfugge a ogni categorizzazione immediata. Non sembra una minaccia, non sembra una vittima, non sembra un’alleata incondizionata. Questa ambiguità visiva costringe il pubblico a dedicarle più attenzione cognitiva, il che nel mondo del marketing digitale equivale a un tasso di engagement superiore alla media.
Elementi Iconici — Brand Assets: La Treccia, lo Sguardo e la Cravatta
Ogni brand consolidato possiede quelli che in gergo si chiamano “brand assets”, ovvero elementi visivi così fortemente associati al marchio che funzionano come loghi informali. Per McDonald’s sono gli archi dorati, per Tiffany è quella precisa sfumatura di azzurro. Per Makima, tre elementi funzionano come brand assets immediatamente riconoscibili.
Il primo è la treccia. Non è un dettaglio decorativo, ma un simbolo visivo di ordine e controllo. Ogni capello è al suo posto, ogni segmento è allineato. In un mondo narrativo dove tutto è caos, sangue e distruzione, quella treccia perfettamente intatta comunica una verità fondamentale sul personaggio: lei è al di sopra del disordine. Nel linguaggio del neuromarketing, questo tipo di coerenza visiva ripetuta costruisce quella che si definisce “fiducia implicita” — il pubblico, a livello inconscio, associa l’ordine esteriore a competenza e affidabilità.
Il secondo è lo sguardo. Makima viene rappresentata, nella stragrande maggioranza delle tavole del manga, con un’espressione serena, quasi assente, che raramente tradisce emozione. Questo sguardo è diventato uno degli elementi più iconici e replicati nella cultura visiva online legata all’opera, con innumerevoli reinterpretazioni artistiche da parte della community globale. Dal punto di vista del branding, quello sguardo funziona esattamente come il sorriso enigmatico della Gioconda: è un vuoto emotivo che il pubblico riempie con le proprie proiezioni, desideri e paure. È il brand che non dice tutto di sé, lasciando che sia il consumatore a costruire parte della narrazione.
Il terzo è la cravatta e l’abbigliamento formale, che la posizionano visivamente nel mondo delle istituzioni, della burocrazia e del potere strutturato. Mentre altri personaggi sono vestiti in modo informale o caotico, Makima porta sempre la sua uniforme. Nel marketing, la coerenza dell’identità visiva è uno dei fattori più determinanti nella costruzione di un brand forte. Secondo uno studio pubblicato da Lucidpress, la presentazione coerente di un brand su tutte le piattaforme può aumentarne il riconoscimento fino al 80%. Makima applica questo principio con una disciplina ferrea: non la vedrete mai “fuori brand”.
Posizionamento e Brand Authority
Market Position: Non Leader, Non Challenger — Regista Invisibile
Nel marketing strategico, quando analizziamo il posizionamento competitivo di un’azienda o di un professionista, tendiamo a classificarlo in categorie ben definite. C’è il leader di mercato, che detiene la quota maggiore e detta le regole. C’è il challenger, lo sfidante che attacca il leader con strategie aggressive. E c’è il disruptor, colui che cambia completamente le regole del gioco, rendendo obsoleto il mercato stesso.
Makima non rientra comodamente in nessuna di queste categorie, e questo è ciò che la rende strategicamente affascinante. Se dovessimo inquadrarla con un termine di marketing contemporaneo, sarebbe più corretto definirla un “market maker” — ovvero qualcuno che non si limita a competere all’interno di un mercato esistente, ma che costruisce e manipola il mercato stesso affinché ogni esito possibile la favorisca.
All’interno della narrazione di Chainsaw Man, occupa ufficialmente un ruolo dirigenziale nella Pubblica Sicurezza, una posizione di autorità formale ma teoricamente limitata da una gerarchia superiore. In pratica, tuttavia, ogni evento significativo della trama — alleanze, conflitti, perdite — risulta essere stato, in misura maggiore o minore, orchestrato o previsto da lei. Questo è il posizionamento del vero stratega di mercato: non è chi combatte le battaglie, ma chi sceglie dove e quando le battaglie avvengono.
Dal punto di vista del personal branding professionale, è un approccio che ricorda figure come il leggendario investitore Warren Buffett, che ha costruito la sua reputazione non sulla visibilità mediatica costante o sulle dichiarazioni roboanti, ma sulla capacità di prendere decisioni che gli altri comprendono solo a posteriori. La vera autorità di mercato non si dichiara: si dimostra attraverso i risultati.
Percezione dell’Autorità: L’Architettura del Mistero
Come costruisce la percezione della propria autorità? Non attraverso la forza bruta, non attraverso la competenza tecnica ostentata e nemmeno attraverso il carisma emotivo. Il suo strumento principale è il controllo strategico delle informazioni.
Nel marketing digitale esiste un principio fondamentale che ogni professionista dovrebbe conoscere: l’asimmetria informativa come leva di potere. Chi possiede più informazioni degli altri in una trattativa, in un mercato o in una relazione professionale, ha un vantaggio competitivo strutturale. Makima eleva questo principio a forma d’arte. Sa sempre più di quello che rivela. Risponde alle domande con altre domande. Offre frammenti di verità calibrati con precisione chirurgica, sufficienti a orientare le decisioni altrui nella direzione che desidera, ma mai abbastanza da permettere a chiunque di ricostruire il quadro completo.
Questo approccio ha un effetto psicologico ben documentato. Il fenomeno noto come “information gap theory”, teorizzato dal professor George Loewenstein della Carnegie Mellon University, spiega che quando percepiamo un vuoto tra ciò che sappiamo e ciò che vogliamo sapere, proviamo una curiosità quasi compulsiva che ci spinge a cercare di colmare quel vuoto. Makima crea deliberatamente questi vuoti informativi intorno a sé, trasformando ogni sua apparizione in un evento carico di aspettativa. Nel linguaggio del content marketing, potremmo dire che Makima è maestra dell'”open loop”: apre cicli narrativi che il pubblico sente il bisogno irresistibile di chiudere.
Nella pratica professionale, questo insegnamento è preziosissimo. Un consulente, un freelance o un imprenditore che rivela tutto di sé e del proprio metodo nella prima interazione con un potenziale cliente elimina una leva fondamentale. Non si tratta di essere falsi o manipolatori, ma di comprendere che il valore percepito di un professionista è direttamente proporzionale alla percezione che il pubblico ha della profondità della sua competenza, e quella profondità si comunica anche attraverso ciò che non si dice esplicitamente.
Tone of Voice: Quando Meno è Più
Se il brand Makima fosse un account sui social media, non pubblicherebbe dieci storie al giorno su Instagram, non farebbe dirette improvvisate su TikTok e non scriverebbe thread polemici su X. Pubblicherebbe un contenuto a settimana, curato in modo impeccabile, con un tono calmo, misurato e assertivo. E quel singolo contenuto genererebbe più engagement di cento post frenetici della concorrenza.
Il suo tono di voce è uno degli strumenti di branding più potenti del personaggio. Parla poco, e quando lo fa usa frasi brevi, dirette, quasi prive di emozione. Non alza mai la voce, non mostra mai urgenza, non si giustifica. Nel marketing, questo tipo di comunicazione viene definito “high-status communication” — è il modo in cui comunicano i brand di lusso, le figure istituzionali e i leader che non hanno bisogno di convincere nessuno della propria rilevanza.
Confrontate il suo stile comunicativo con quello di un Denji, il protagonista di Chainsaw Man, che è emotivo, impulsivo, esplicito nei suoi desideri e nelle sue reazioni. In termini di branding, Denji è un brand giovane e spontaneo, autentico ma ancora alla ricerca di un posizionamento stabile. Makima è il brand affermato che ha già definito ogni aspetto della propria identità e che comunica con la sicurezza di chi sa esattamente quale reazione otterrà.
Questo contrasto non è solo narrativo: è una lezione diretta sul potere del tono di voce nel posizionamento. Due professionisti possono offrire lo stesso servizio, avere le stesse competenze e operare nello stesso mercato, ma quello che comunica con calma, sicurezza e parsimonia verrà percepito come più autorevole. È un fenomeno confermato da ricerche nel campo della psicologia sociale che dimostrano come la velocità e il volume della comunicazione influenzino la percezione di competenza e affidabilità dell’interlocutore. Chi parla meno ma con maggiore intenzionalità viene generalmente percepito come più credibile.

Brand Promise e Valori Core
Mission: “La Felicità Attraverso il Controllo”
Ogni brand memorabile ha una missione chiara, una ragione d’essere che va oltre il profitto immediato e che dà significato a ogni azione. Apple vuole sfidare lo status quo attraverso la tecnologia intuitiva. Patagonia vuole salvare il pianeta attraverso un business responsabile. Makima vuole creare un mondo migliore attraverso il controllo totale.
La sua missione, che emerge progressivamente nel corso della narrazione, è eliminare dal mondo le cose che lei giudica negative — la morte, la guerra, la fame — attraverso il potere del Diavolo Motosega. È una missione che, sulla carta, suona nobile e persino condivisibile. Chi non vorrebbe un mondo senza sofferenza? E qui risiede il genio della costruzione del suo brand: la promessa è genuinamente attraente. Il problema non è il “cosa” ma il “come”, e questa distinzione tra una missione apparentemente positiva e i metodi eticamente devastanti per realizzarla è al cuore dell’arco narrativo del personaggio.
Dal punto di vista del branding, questo ci insegna qualcosa di fondamentale sulla struttura di una brand promise efficace. Una promessa funziona quando tocca un bisogno reale e profondo del pubblico target. Il pubblico di Makima — Denji, i Devil Hunter, le istituzioni — vive in un mondo di paura costante, e lei promette sicurezza. Denji, in particolare, è un ragazzo che non ha mai conosciuto affetto genuino, e Makima gli promette una relazione, un senso di appartenenza, un futuro. Queste promesse sono calibrate con la precisione di una campagna di marketing segmentata: ogni interlocutore riceve la promessa che è più rilevante per i suoi bisogni specifici.
Questo è quello che nel marketing contemporaneo chiamiamo “personalizzazione della value proposition”. Le aziende più sofisticate non comunicano un unico messaggio a tutto il mercato, ma adattano la propria proposta di valore a segmenti specifici di pubblico, utilizzando strumenti come la marketing automation, le buyer personas e l’analisi comportamentale. Makima fa esattamente la stessa cosa, con una precisione disarmante, in modo completamente analogico.
Coerenza del Brand: La Forza di un Messaggio che Non Cambia Mai
Se esiste un metro di valutazione universale per la solidità di un brand, è la coerenza. Un brand che cambia messaggio, valori o posizionamento in base alle circostanze perde credibilità. Un brand che mantiene la propria identità anche sotto pressione costruisce fiducia e riconoscibilità nel lungo periodo.
Makima, da questo punto di vista, è un case study di coerenza assoluta. Dall’inizio alla fine della prima parte di Chainsaw Man, il suo comportamento, il suo tono di voce, la sua estetica e i suoi obiettivi non cambiano mai. Quello che cambia è la percezione che il pubblico ha di lei, man mano che le informazioni emergono e il quadro completo diventa visibile. Ma lei, come “brand”, resta identica a sé stessa dalla prima all’ultima tavola.
Questo è un punto cruciale per chi si occupa di personal branding nel mondo reale. Molti professionisti commettono l’errore di modificare radicalmente la propria comunicazione e il proprio posizionamento ogni volta che il mercato cambia o che un nuovo trend emerge. Oggi sono esperti di Facebook Ads, domani di intelligenza artificiale, dopodomani di Web3. Questa incoerenza, percepita a livello inconscio dal pubblico, erode progressivamente la fiducia e la percezione di competenza. Questo caso specifico dimostra che la coerenza, anche quando è scomoda, anche quando le circostanze sembrano richiedere un cambiamento di rotta, è una delle leve più potenti per costruire un brand che resiste nel tempo.
C’è però una sfumatura importante da evidenziare. La coerenza di Makima è anche il suo limite, e questo è un insegnamento altrettanto prezioso. Un brand che è coerente nei suoi valori ma incapace di adattarsi al feedback del mercato finisce per diventare rigido e, alla fine, vulnerabile. Lei non cambia mai strategia perché non contempla la possibilità di essere sconfitta, e questa rigidità — per quanto efficace nel breve e medio termine — diventa la sua rovina nel momento in cui incontra una variabile che non rientra nei suoi modelli previsionali. Nel mondo reale, questo si traduce in un principio chiaro: siate coerenti nei vostri valori fondamentali, ma flessibili nelle vostre tattiche.
Business Lesson — Cosa Possiamo Imparare
Il caso Makima offre almeno quattro lezioni concrete e applicabili per chiunque stia costruendo il proprio personal branding o la propria presenza professionale nel mondo digitale.
La prima lezione riguarda il potere del silenzio strategico nella comunicazione professionale. In un’epoca in cui la tentazione è pubblicare contenuti in continuazione, rispondere a ogni commento, essere presenti su ogni piattaforma, Makima ci ricorda che la scarsità amplifica il valore percepito. Un professionista che pubblica un articolo approfondito al mese verrà spesso percepito come più autorevole di uno che pubblica contenuti superficiali ogni giorno. Non è la quantità di comunicazione a costruire l’autorità, ma la qualità e l’intenzionalità. Prima di pubblicare un contenuto, un post o anche solo un commento, chiedetevi: “Questo rafforza o diluisce il mio posizionamento?”.
La seconda lezione riguarda il controllo della narrazione personale. Makima non lascia mai che siano gli altri a definire chi è o cosa rappresenta. Controlla attivamente la propria narrativa. Nel mondo professionale, questo si traduce in un principio operativo semplice ma spesso trascurato: se non siete voi a raccontare la vostra storia professionale, sarà qualcun altro a farlo per voi, e probabilmente non nel modo che vorreste. Curare il proprio profilo LinkedIn, avere un sito web professionale aggiornato, pubblicare contenuti che riflettano la propria competenza e i propri valori — tutto questo non è vanità, è gestione strategica della propria reputazione.
La terza lezione riguarda la personalizzazione della proposta di valore. Makima non comunica lo stesso messaggio a tutti: calibra la sua offerta in base ai bisogni specifici del suo interlocutore. Questo è esattamente ciò che dovrebbe fare qualsiasi professionista o azienda. Parlare a un amministratore delegato delle stesse cose e nello stesso modo in cui parlereste a un responsabile tecnico è un errore di posizionamento. Comprendere il vostro pubblico, segmentarlo e adattare il messaggio — non i valori, ma il modo in cui li esprimete — è una competenza che separa i professionisti mediocri da quelli eccellenti.
La quarta lezione, forse la più importante, riguarda i limiti etici del personal branding. Il brand Makima è straordinariamente efficace, ma è costruito sulla manipolazione, sull’inganno e sull’eliminazione dell’autonomia altrui. Nel mondo reale, un personal branding che non è ancorato a valori autentici e a una genuina volontà di creare valore per gli altri è destinato a crollare. Le community online, i clienti e i colleghi sono in grado di distinguere, nel lungo periodo, tra chi comunica in modo strategico perché ha davvero qualcosa di valore da offrire e chi lo fa solo per manipolare percezioni. Questa analisi ci insegna tanto su come costruire un brand potente, ma ci avverte anche su cosa succede quando la strategia sostituisce completamente l’autenticità.

Dalla Maschera all'Anima — Il Passaggio Logico
Un brand senza sostanza è solo un guscio vuoto.
Abbiamo analizzato come Makima proietti la sua immagine nel mondo e perché la sua strategia di comunicazione sia così efficace. Abbiamo decostruito la sua identità visiva come fosse una brand identity guideline, il suo posizionamento come fosse un piano strategico e il suo tono di voce come fosse una content strategy. Tuttavia, il marketing spiega il “come”, ma non spiega il “perché”.
Dietro questa architettura perfetta di personal branding si nasconde una complessità fatta di solitudine, di un desiderio profondo e inconfessabile di connessione autentica — quel tipo di rapporto “alla pari” che la sua stessa natura le impedisce di costruire — e di un’evoluzione psicologica che definisce il vero valore del personaggio ben oltre la sua efficacia come “marchio”. Makima non è solo una strategia: è una domanda aperta sulla differenza tra controllare e amare, tra possedere e appartenere.
Per scavare sotto la superficie del brand e scoprire la donna dietro l’icona, vi invito a leggere l’analisi completa del suo arco evolutivo e della sua psicologia nel mio approfondimento dedicato su [ Makima in Chainsaw Man: chi è, poteri, morte e relazione con Denji | I Cinenauti ].
Fonti e Riferimenti
Dati di vendita e impatto culturale di Chainsaw Man:
Shueisha, comunicati ufficiali sulle vendite cumulative del manga (2023). Oricon, classifiche settimanali di vendita manga, annate 2020-2024.
Psicologia del colore:
Elliot, A.J. & Maier, M.A. (2014). “Color Psychology: Effects of Perceiving Color on Psychological Functioning in Humans.” Annual Review of Psychology, Vol. 65.
Information Gap Theory:
Loewenstein, G. (1994). “The Psychology of Curiosity: A Review and Reinterpretation.” Psychological Bulletin, American Psychological Association, Vol. 116, No. 1.
Coerenza del brand e riconoscibilità:
Lucidpress (2019). “The Impact of Brand Consistency.” Report basato su survey condotta su professionisti del marketing.
Principi di posizionamento strategico:
Ries, A. & Trout, J. (2001). Positioning: The Battle for Your Mind. McGraw-Hill Education.
Psicologia sociale e percezione di autorità nella comunicazione:
Cialdini, R.B. (2006). Influence: The Psychology of Persuasion. Harper Business, Revised Edition.
Principi di UX/UI e Uncanny Valley:
Mori, M. (1970). “The Uncanny Valley.” Concetto originariamente applicato alla robotica, esteso al design visivo in ambito accademico e di game design.
Content Marketing e Open Loop Strategy:
Pulizzi, J. (2014). Epic Content Marketing. McGraw-Hill Education.
